Al Filmstudio 7B dal 6 al 9 dicembre in programma “Roma” di Alfonso Cuarón Leone d’oro come miglior film al Festival di Venezia 2018

In Cinema

Prosegue la bella stagione del Filmstudio 7B con il film:

Roma

(Id.)
(id, Messico/USA ) di Alfonso Cuarón 135′

06/12/2018 – 21
07/12/2018 – 21
08/12/2018 – 18 – 21
09/12/2018 – 18 – 21

LEONE D’ORO MIGLIOR FILM VENEZIA 2018

Alfonso Cuarón torna alle sue origini. Torna alla sua terra, alla sua lingua madre e torna soprattutto bambino, tentando di oggettivare quei ricordi che nella sua memoria lo vedevano circondato da una casa di cui erano le donne a rappresentare il perno centrale. Partendo dalla memoria, rendendola di un bianco e nero che non nasconde nulla, anzi, rende ancora più marcati oggetti e persone, il cineasta messicano ci racconta come un narratore attento un fatto del passato, parlando di famiglia mentre nel cortile i bambini riempiono l’aria di risate. Roma si affaccia sul piccolo per mostrarlo con la potenza delle immagini e la dolcezza delle rievocazioni, portando con sé la presenza della regia di Cuarón e utilizzandola per un nuovo tipo di storia più intima e personale. Sofia (Marina de Tavina) e la sua famiglia sono i tipici borghesi. Tre figli, un cane e due domestiche che aiutano a mantenere l’ordine nell’abitazione e si prendono cura dei bambini. Cloe (Yalizta Aparicio) e Adela (Nancy Garcia) non si lamentano del loro lavoro, dedicando tempo alla casa, ma sapendosi svagare anche al di fuori. Fino a quando le cose per la padrona Sofia e Cloe non prenderanno una piega inattesa, che le costringerà a raddoppiare la forza d’animo che le porta avanti. È a partire dai suoni che ci immergiamo in Città del Messico, le urla dei venditori per le strade, la musica della banda, il continuo abbaiare o belare degli animali, a seconda di quali popolano in quell’istante l’ambiente circostante. Ed è perciò a partire dal contesto sonoro che iniziamo a percepire la vita febbricitante di Roma, che decide di passare per i propri aspetti percettivi prima ancora che procedere direttamente con la storia, rendendo la fruibilità qualcosa da regalare con la distensione del tempo, il quale si rifà – come già accennato – alla memoria. E mentre tocchiamo il suolo su cui crescono i figli di Sofia amati anche da Cloe, la macchina da presa ci invita a scrutare senza timore intorno alle figure umane, per porre attenzione ai particolari che richiamano un luogo andato, accarezzando in ugual modo paesaggi e persone, con la delicatezza di cui il film è capace. Nonostante infatti l’impatto visivo che Alfonso Cuarón riesce ancora una volta a riproporre con tocco fluido seppur sempre incisivo, è soprattutto nell’affettuosità delle panoramiche, nella scoperta lenta dei posti abitati dai protagonisti che Roma acquista il suo peculiare registro. Un contrasto, quello tra la forza del linguaggio della messinscena – che riporta al passato – e la sensibilità della regia, che si riflette ancor di più all’interno stesso delle inquadrature, che sembrano vivere proprio di questo simbolismo in continua opposizione tra ciò che si crede e ciò che è invece destinato a capitare. Gli eventi vengono tramutati in segni che vanno cadenzando l’esistenza delle donne protagoniste, destinate a mantenere sulle proprie spalle il futuro della famiglia. E la calma che la pellicola propone entra in antitesi con momenti di fuoco che accendono Roma di una febbre vitale, anche quando ad aleggiare è un vento di violenza e morte, battendo ancora quella strada tappezzata da simboli nascosti che sanno farsi, per chi è pronto a guardare, esplicativi. In questo dualismo con cui Cuarón assembla il suo film, a cui il regista affida i suoi ricordi per realizzare l’opera finora a lui più vicina, trovano spazio la potenza di un cinema in cui bisogna confidare e che, se si lascia far entrare, può emozionare per la sua portata innata, in grado di parlare non solo della forza delle donne e del sacrificio delle madri, ma dell’animosità da cui è possibile trarre vita. Roma è la via per un regista di raccontarsi come poche volte gli artisti sanno fare, rendendo partecipi della propria tradizione un pubblico a cui si è fieri di dimostrare le proprie origini e i propri miti.

 

A QUIET PASSION 2

A quiet passion

(Id.)
(id, Belgio/Gran Bretagna ) di Terence Davies 125′

11/12/2018 – 21
12/12/2018 – 21

Girare un film biografico su una delle personalità letterarie più riservate e dalla vita meno movimentata (seppur solo esteriormente) non dev’essere impresa facile. Tantomeno se si si tratta di confrontarsi con uno dei massimi poeti della letteratura moderna. Eppure in A Quiet Passion Terence Davies riesce magistralmente nell’intento di ritrarre la grande Emily Dickinson (1830-1886) rivelandone la complessità, l’intensità e un anticonformismo del tutto particolare. Nessun compromesso quanto a questioni dell’anima: questo l’imperativo intimo di Dickinson su cui Davies più insiste. In più di una scena Emma Bell (una giovane Dickinson) e poi Cynthia Nixon (in panni lontanissimi dalle avventure sessual-sentimentali della Miranda di Sex & the City per cui è nota al grande pubblico) mostrano il carattere ribelle della poetessa, incapace di piegarsi davanti a convenzioni e imposizioni di qualsiasi tipo e pronta a considerarle con tanta ironia quanta era la sua fermezza nel respingerle. Un’ostinazione e una fermezza in materia esistenziale che si accompagnano a un amore profondo per la sua famiglia, con cui vivrà fino alla morte. Se la trasformazione da ragazza ribelle a donna adulta è contratta in una manciata di secondi (in una sequenza che vede invecchiare tutti i componenti della famiglia Dickinson nel tempo di posa di uno scatto, e che racchiude tutta l’angoscia dell’inesorabile trascorrere del tempo), nel resto di A Quiet Passion Cynthia Nixon ritrae i mutamenti dell’animo della poetessa in infinite sfumature progressive. In quella che sembra una discesa verso territori dell’esistenza sempre più cupi, dove il ritmo di conversazioni ottocentescamente quick-witted si fa pian piano meno incalzante e gli unici eventi degni di nota hanno sapore di morte, malattia e tradimento, è la poesia a squarciare con quieta luminosità un abisso altrimenti disperato. I versi punteggiano il film, recitati meravigliosamente dalla voce fuori campo di Nixon: una selezione dalle circa 1800 poesie scritte da Dickinson e pubblicate quasi interamente dopo la sua morte, impareggiabili nel loro affrontare con meraviglia e astratta concretezza il mistero della vita ma soprattutto della morte. Le immagini pulite, luminose e ben composte riescono a racchiudere qualcosa di sempre nuovo nonostante l’ambientazione monotona del film (che, come la vita di Dickinson, si svolge quasi interamente all’interno della residenza paterna ad Amherst nel Massachussets). Quello che in una scena del film viene detto a Emily – “tu non dimostri, ma riveli” – sembra costituire una linea guida nella regia di Terence Davies: le sue immagini e il suo montaggio lasciano allo spettatore una libertà che lo porta a individuare autonomamente quel che c’è da vedere. La calma apparente nelle immagini e nella riflessività della poetessa si concede qualche sfogo nei movimenti sinuosi della camera, che talvolta abbraccia circolarmente interi ambienti, e in un caso sfocia in una scena quasi visionaria dove il desiderio bruciante di Dickinson si materializza al di là delle sue poesie, prendendo corpo in un romantico notturno destinato a rimanere inesaudito. A mancare alla poetessa, oltre a uno sbocco concreto per le passioni che si agitano dentro di lei, è anche il successo, mai arrivato in vita. Viene da pensare che dietro alla riuscita di A Quiet Passion ci siano una sensibilità e, in un certo grado, una frustrazione comuni a Dickinson e a Terence Davies, regista apprezzato sin da Voci lontane… sempre presenti ma poco conosciuto dal grande pubblico.

 

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